Briciole – La Vita Bugiarda Degli Adulti

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Briciole – La Vita Bugiarda Degli Adulti

Quann’ si piccerella, ogni cosa te pare grossa. Quann’ si grossa, ogni cosa te pare niente. Ognun d’ ‘a soja.

Qualche mese fa ho scansato il ciclone L’Amica Geniale e il successo Elena Ferrante (tanto in forma di libro che di serie TV), ma adesso ho ceduto un po’ per curiosità, un po’ per tenermi aggiornato e un po’ per iniziare a conoscere un fenomeno sociale. 

E poi essendo solo 6 episodi in caso non mi sarei annoiato troppo, così mi sono convinto a vedere questa miniserie Netflix La Vita Bugiarda Degli Adulti. E ho fatto bene, perché mi ha conquistato e spinto a finirla, curioso e affascinato dalla storia e soprattutto dalla sua realizzazione.

Ah, premessa: non ho letto il libro da cui è tratta la serie e dunque non sono in grado di fare un paragone. Fermo restando che, trattandosi di due medium profondamente diversi, guardo sempre con scetticismo i paragoni tra le opere filmiche e quelle letterarie da cui vengono tratte.

La storia è un classicissimo romanzo di formazione (bildungsroman come dicono quelli studiati) nella sua forma coming of age (come dicono quelli studiatissimi) senza infamia e senza lode e segue le vicende di Giovanna, adolescente napoletana del Vomero, all’incirca tra i suoi 14 e 16 anni.

Ma oltre Giovanna, l’altro grande polo di attrazione della storia è Vittoria, sua zia paterna che vive nel popolare quartiere di Poggioreale. Lei è la pecora nera ripudiata della famiglia, diametralmente opposta come carattere, atteggiamento e visione rispetto al mondo all’ambiente in cui Giovanna nasce e cresce.

Questa è solo la prima delle antitesi attorno a cui si costruisce tutto il dramma. Tante altre ne verranno mostrate, come quelle verità/ipocrisia, centro/periferia, amore sincero/amore immaginato, 99 posse/Edith Piaf, immagini oleografiche di Posillipo/immagini più crude di quartieri popolari etc.

Vengono così delineati tutti quei netti contrasti di cui l’adolescenza e la gioventù vivono, e che nel crescere tendono a sfumarsi, confondersi, mescolarsi; assorbiti, digeriti e rielaborati. 

Intorno alle protagoniste e ai vari “fronti opposti” in cui vivono, orbitano poi in una grande ellissi i genitori, gli amici, i compagni di scuola, le prime esperienze sentimentali e sessuali, le prove di sé stessi sul palcoscenico della vita e l’incontro con le ipocrisie e le doppiezze del mondo e i suoi (tanti) squallori. 

Se la storia, come dicevo, è classicissima, gli strumenti della sua narrazione (fotografia, lingua e colonna sonora per esempio) sono la vera forza della realizzazione

Risultano molto moderni, particolari e coinvolgenti, credo anche a vantaggio e in previsione della distribuzione estera della serie, specie in USA, dove la Ferrante ha avuto un enorme successo.

Ci tengo particolarmente a sottolineare, a proposito, la funzione che hanno la colonna sonora e la indefinita locazione temporale della storia: sono disturbanti, stranianti, generano confusione e disagio. Così come confusa, straniata e piena di disagio è la vita di un adolescente. 

Ovviamente la serie ha anche una serie di difetti, come alcune scene troppo lunghe e, anche se belle, fini a sé stesse e inutili ai fini della narrazione che finiscono solo con il rallentare troppo il ritmo,  (una per tutte Raiz che canta Fischia il vento);

Vittoria e Andrea (zia e padre di Giovanna) troppo, troppo differenti, Nella madre di Giovanna non molto credibile come madre e un paio di linee narrative e personaggi appena abbozzati e poi lasciati a sé stessi.

Quello però che mi ha colpito è che ci sono anche molti particolari che, pur potendo risultare a primo impatto dei difetti, nel quadro totale, ho personalmente molto gradito.

Ad esempio la recitazione molto teatrale di parecchi interpreti (cosa che peraltro noto in molti attori di scuola napoletana), l’esagerazione del personaggio di Vittoria o l’eccessiva caratterizzazione di alcuni personaggi che mi hanno molto ricordato i protagonisti delle commedie popolari e, perché no, del presepe. 

In generale ho notato un certo “barocchismo” ed eccesso nel sottolineare le caratteristiche di persone e luoghi (come la strada sotto casa di Vittoria) che però, amando io un certo tipo di esagerazione iperrealistica, mi è risultato assai gradito.

Un’ultima menzione particolare, poi, la voglio dedicare all’uso della lingua napoletana, particolarmente da parte di Vittoria.

Non siamo dalle parti, per intenderci, né di Montalbano né di Gomorra, ma proprio di fronte a una lingua, e non solo un accento o qualche parola, che si fa viva e protagonista prepotente mostrandosi in tutta la sua forza ed eleganza di sfumature e significati, come creatura e non come puro orpello folkloristico.

Insomma una serie con tantissime luci nei dialoghi, nelle recitazioni, nella fotografia, nella regia e nelle caratterizzazioni, e qualche ombra che però non guasta il risultato complessivo.

La Vita Bugiarda Degli Adulti ci ricorda che magari, tanti anni fa, anche noi non sapevamo esattamente chi essere e guardavamo con sdegno e disappunto le menzogne e l’ipocrisia dei grandi, in cui noi, giuravamo, non saremmo mai caduti.

La Vita Bugiarda Degli Adulti, 1 stagione, 6 puntate, disponibile su Netflix

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Karbo

Nerd per vocazione e cazzaro per scelta leggo film e guardo fumetti da 40 anni, e mi incazzo sempre perché non mi viene mai in mente nessuna frase da citare finché non la vedo nel post di qualcun altro.

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